giovedì 14 febbraio 2013

E' vero se ci credo

Vorrei continuare il tema del filmare l'invisibile, iniziato con il post precedente, perché il discorso è complesso e ricco di implicazioni su molti livelli, soprattutto se prendo in causa l'altro grande tema della ricerca spirituale e poi magari tento di conciliarli in un tutto razionale.
Direi che il tentativo è fallimentare in partenza. Come ho già precisato vivo questi due aspetti della mia vita come una contraddizione, il che non signfica che non possano essere entrambe vissuti con convinzione. La cosa importante è cercare di non risolvere la questione sul piano esclusivo della razionalità, così come ci è stata sempre insegnata a concepirla.



L'abilità sta nel mantenere l'equilbrio tra le opposte conclusioni che si possono trarre e avere la forza, la capacità e la fiducia di rimanere stabile sui propri piedi, sebbene questi ultimi si reggano sul filo di un rasoio. In altre parole è l'antica contesa in cui spesso tutti ci dibattiamo, tra la mente e il cuore. A chi dare la prevalenza?

E' ovvio che un equilibrio perfetto non è possibile e anche se lo fosse il risultato sarebbe uno stato perenne di dubbio che avrebbe come risultato l'immobiltà assoluta. Se movimento ci deve essere, ognuno deve lasciarsi guidare o dall'una o dall'altro. Personalmente, io ho scelto, o meglio, mi son trovato a scegliere, il cuore, il che significa in pratica accettare che la contraddizione rimanga aperta e non risolvibile.

In concreto, prendiamo l'esempio del filmato Kung Fu Night e proviamo a chiederci: è vero quel che si vede? Quel branco di individui che si dimenano e vengono sbattuti dappertutto al solo gesto del maestro Ratu Bagus, sono davvero travolti da un'energia oggettivamente riscontrabile, sebbene invisibile?

Escludiamo ovviamente la prima ipotesi che viene in mente, cioè che è tutta una messa in scena e gli individui stanno solo recitando. La escludiamo non perché esista effettivamente una qualche prova tangibile in tal senso, ma soltanto perché anch'io mi son trovato in mezzo a loro e so che non stavo recitando. Quindi viaggiamo sulla fiducia personale e l'onesta intellettuale con cui racconto queste cose.

Poniamo la questione piuttosto in questo modo: se ti trovassi in quel contesto e credessi che quest'energia esiste, allora la sentiresti; se non ci credi non la senti. Quindi si tratta di un fenomeno riscontrabile sulla tua pelle soltanto se hai già fatto la scelta di non farti guidare esclusivamente dalla mente.

Ma anche in questo caso non è così semplice. Ho visto persone che erano là e vedendo la scena non credevano fosse possibile, ma poi sottoponendocisi si son trovati a volare senza davvero volerlo. Questo perché, senza sospettarlo, avevano comunque un'apertura di cuore che ha reso possibile l'effetto. Ma è vero anche il contrario: gente bloccata sul principio razionale che non fosse possibile e di fatto non sentivano niente.

Insomma quando si ha a che fare con situazioni che coinvolgono pienamente la coscienza, come era in quel caso, visto che stiamo parlando di un training di ricerca spirituale, la logica strettamente intesa va a farsi benedire. Ma in fondo questo è vero per qualsiasi contesto di comunicazione, perché la coscienza umana è sempre direttamente implicata. Non se ne può sfuggire, a meno che non si escluda per partito preso, come fa la scienza tradizionale.

In quel caso, dunque, il filmato che ho proposto ha un valore documentaristico? A mio avviso sì, ma non perché voglia dimostrare che quell'energia esiste dal momento che ti faccio vedere i suoi effetti. Ovvero la documentazione visiva non ha alcun valore dimostrativo assoluto, in senso oggettivo, come invece pretende di fare un certo giornalismo.

Il filmato ha un certo valore solo perché esiste il suo autore che te lo propone e ti fa vedere che c'è un gruppo di individui che agiscono in un certo modo e ci credono. E' fondamentale quindi l'affidabilità che ha il suo autore, affinché la documentazione visiva possa essere presa in considerazione.

Ecco perché il vero documentario non può prescindere dal soggetto personale, facilmente individuabile, che lo realizza. Mentre chi propone documentari che non hanno un autore in evidenza, come quelli che si vedono di frequente in televisione, del tipo National Geographic o History Channel, diciamo pure alla Piero Angela, di certo si sta compiendo un'operazione manipolativa in cui si vuole convincere di qualcosa in forza di una logica oggettiva al di sopra di tutto.

In altre parole in questi casi c'è un potere che in forza di un criterio assoluto vuole convincerti di una certa verità. Il giornalismo classico che nasce maliziosamente con questo tipo di sistematicità logica, come quella delle famose cinque W - What, Where, When, Who, Why - (cosa, dove, quando, chi, perché), secondo il quale un fatto è oggettivo e assodato solo quando questi elementi sono perfettamente identificati, rappresenta il massimo della finzione maniplativa.

Si arriva così all'assurdo di propinarci certe verità solo perché le cinque W vengono soddisfatte, così come è il caso del set cinematografico in costruzione nel Qatar che rappresenta una Damasco di cartone, con persone che indossano finte divise militari siriane, in cui girare i servizi giornalistici che vogliono raccontare la guerra in Siria.

Narrava una volta un spot pubblicitario: la fiducia è una cosa seria che si dà alle cose serie. E' vero. Ma allora è molto più produttivo dare la fiducia ad una persona singola che non a una grande struttura anonima che non si sa chi c'è dietro.

Ma anche questo non vale in assoluto. Nella nostra società abbiamo visto anche che quando un certo individuo si è conquistato la fiducia del pubblico raggiungendo una certa fama, è statisticamente probabile che se vuole continuare a lavorare deve accettare certi compromessi con il potere. Dal momento del raggiungimento del suo successo di massa, si dovrebbe cominciare a sospettare di quella persona, perché in genere accade che diventi troppo pericoloso se lasciato libero di dire quel che vuole. Il potere ha bisogno di controllarlo. Se questi rifiuta, in un modo o nell'altro, si troverebbe in un attimo ad essere eliminato.

Pensiamo, per esempio, a John Lennon, che ad un certo punto non si è più limitato a suonare musica. Ecco perché Bob Dylan è un grande saggio. Da cinquant'anni è sulla cresta dell'onda ma da tempo ormai non dice più una parola che non siano quelle delle sue canzoni.

Concludo per ora con un aneddoto legato a Ratu Bagus. Ero a Bali ed avevo incontrato una giornalista a cui avevo parlato della figura di questo maestro. Lei decide di incontrarlo ed intervistarlo per il suo magazine. Conoscendo il soggetto, intendo il maestro, mi preoccupo di definire con lui esattamente il giorno e l'ora dell'appuntamento già da una settimana prima. Nei giorni successivi telefono spesso presso la comunità per chiederne più volte la conferma. Arrivato il giorno dell'appuntamento, arriviamo la mattina di buon' ora e Ratu Bagus non si vede. Passano i minuti, le ore, la mezza giornata, di Ratu Bagus nemmeno l'ombra. Nel tardo pomeriggio la giornalista decide ovviamente di andar via. Quando è sulla soglia dell'uscita appare il maestro tutto tranquillo, ma era troppo tardi e la giornalista troppo offesa e contrariata per adattarsi a quel comportamento. Io invece osservavo e apprendevo la lezione. Il giorno dopo, durante un discorso agli allievi, Ratu Bagus en passant se ne esce con questa affermazione: E' inutile parlare con i giornalisti. Loro vogliono capire.







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